
Le 10002 facce dell’umorismo
L’umorismo in radio (e in altri luoghi)
Abbiamo incontrato e intervistato il prof. Sergio Valzania a Rimini.
Sergio Valzania è vice direttore di RadioRAI, storico e scrittore.
CRU - Hai
messo come titolo di un tuo articolo sull’umorismo in radio
“La leggerezza dell’etere”. Perché?
Sergio Valzania
- E’ un calembour, un calembour che si richiama al fatto
che nell’esperienza radiofonica c’è uno spazio
largo per la leggerezza. La “leggerezza” ha varie
accezioni, che comprendono anche il far sorridere; non proprio sempre
il far ridere che è un’ambizione un po’ eccessiva.
Però il far sorridere sì, per mantenere
un’atmosfera di levitas.
Nel tuo curriculum di regista
programmista di RAI 3 c’è, tra le altre, una perla: La TV
delle ragazze: la televisione si apre alla comicità al
femminile. E’ stata un’esperienza difficile da avviare?
E’ stata un’esperienza pazzesca. Da avviare non tanto
perché io sono entrato che il progetto era già decollato.
Certo, il progetto era di un’ambizione sfrenata. Però era
anche giustificata perché eravamo in un momento di crinale. La
televisione, il canale televisivo, la RAI, smetteva di essere centrale
nel sistema. Era uno dei luoghi del sistema, ma ancora abbastanza
potente da poter fare una convocazione generalizzata, per cui
all’epoca fu possibile reclutare praticamente tutte le nuove
forze disponibili sul mercato italiano e riunirle in
un’esperienza che aveva certo molti limiti ma aveva la forza del
fatto che c’erano quasi tutte e quel gruppo di persone diventate
ora cinquantenni rappresentano...
In particolare chi?
Sicuramente la Dandini è rimasta un polo importante ma anche,
che so, Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti, tra quelle che mi
vengono in mente adesso. Però anche altre sono rimaste persone
importanti nel mondo dello spettacolo.
Hai usato il termine “convocazione”; voleva dire che se la RAI chiamava non potevi non rispondere?
No, voleva dire che tutti erano lì, volevano essere chiamati e
telefonavano per essere chiamati. Era un momento nel quale anche le
private avevano cominciato questo processo, c’era già
“Dive in”, però la RAI era il luogo dello sviluppo.
Si proseguiva all’epoca una tradizione. Era quella di Enzo
Trapani il quale aveva fatto già un’esperienza
analoga che aveva lanciato una serie di personaggi. In seguito
sarebbe stato fatto un ultimo grande tentativo, quello di “Celito
Lindo” al quale hanno partecipato per esempio Aldo, Giovanni e
Giacomo, oltre alla stessa Littizzetto. Fu l’ultima occasione in
Italia per fare una convocazione rivolta a tutti quelli che
sembravano gli emergenti. Poi il meccanismo è diventato
così feroce che ha cancellato gli emergenti stessi perchè
il loro ambito era già la televisione. Quindi non esisteva un
contorno fuori dall’ambito televisivo nel quale potessero esserci
degli emergenti da reclutare. Il reclutamento era possibile solo
nell’ambito televisivo, tra persone che avevano già una
propria collocazione nell’ambiente e non potevano essere chiamati
tutti insieme in un luogo per fare un’esperienza comune.
Oltre al dato evidente che si
trattava di attrici comiche o, comunque, di interpreti al femminile
della comicità, l’esperienza ha aiutato a capire se
c’è una declinazione al maschile e una al femminile
dell’umorismo?
Non credo...
E’ una questione molto
dibattuta nella ricerca, intendo anche in quella sperimentale, in cui
presenti delle barzellette e poi vedi come sono le reazioni, quali
divertono di più gli uomini e quali le donne.
Nella ricerca non ci sono risultati
conclusivi sulle differenze tra maschi e femmine quanto al senso
dell’umorismo. E’ argomento dibattuto e aperto. Dalla
prospettiva mediatica, qual è la tua osservazione?
Un problema è far ridere un altro come ridono, che sono due
ambiti diversi. Sul far ridere io continuo a pensare che
sostanzialmente le capacità, i talenti siano gli stessi. Ora
siccome c’è un peso culturale evidente, non tutti ridono
delle stesse cose, neanche negli stessi paesi ridono per le stesse
cose. Per gli asiatici il ridere è una dimostrazione di
imbarazzo alcune volte. E’ chiaro che se tu prendi due persone
che hanno un settaggio culturale un po’ diverso ancorché
provenienti dallo stesso ambiente avrai come conseguenza il fatto che
ridono in maniera diversa. Però il meccanismo del far ridere si
basa sempre sull’Augusto e sul clown bianco. Non ci si allontana
molto da quello per la meccanica...
Come nucleo di base, poi ci sono infinite variazioni...
Ci sono tutte le varianti, però la meccanica dello spettacolo
è costante. Stiamo parlando dell’esperienza industriale
della risata, non “io ti racconto una barzelletta e tu
ridi”. Se mi riferisco all’ambito dello spettacolo la
spalla diventa un elemento centrale e la grande spalla, come è
sicuramente Serena Dandini, è uno strumento indispensabile
perché la macchina funzioni, non per provocare “una”
risata ma per avere un sistema che faccia ridere – Fiorello
vuole Baldini, perché Baldini è un moltiplicatore di
effetti.
Hai frequentato, intensamente e con ruoli privilegiati, tanto la televisione che la radio.
Prendiamo due aforismi di Stanislaw Lec e usiamoli per parlare di media.
“Anche sul trono si consumano i pantaloni”
“Anche un manganello può indicare la strada”
Cambia qualcosa se li ascolto alla radio, per telefono o alla televisione?
Non è tanto lo strumento quanto l’ambiente, il tipo di
rapporto, nel quale la comunicazione si inserisce. La comunicazione va
dall’amicale stretto fino all’iperformalizzato.
Chiaramente, più è amicale più la comicità
funziona. Più è la comunicazione è formale
più è fredda, poco adatta a stimolare la risata.
L’abilità di chi produce le situazioni di umorismo
è anche quella di scaldare l’ambiente. Se tu riesci a
creare un contesto di abitudine e di amicalità tutto fa ridere,
questa è la tecnica del tormentone. Il tormentone funziona in
quanto c’è un rapporto di frequentazione, di conoscenza,
di amicalità. Una parte della risata del tormentone è la
partecipazione. Io posso ridere o sorridere del tormentone
perché sono del giro. C’è anche questo
compiacimento di essere del giro che agisce. Il tormentone nella
comunicazione formalizzata – “anche il manganello
può indicare la strada” – è una cosa che
diventa gelida, aggressiva: sembra Stalin, detto da Stalin. Viene la
pelle d’oca detto in quel senso lì. Invece detto da due
clown che si sono appena dati sulla testa due manganellate di plastica
fa ridere. Il clown è vestito buffo per creare
quest’atmosfera di amicalità che fa parte della creazione
di un contesto. Se arriva uno vestito da clown io sono molto più
disposto a ridere che non se arriva uno vestito da SS. A meno che il
vestito da SS non serva a stimolare la risata per il suo essere
incongruo, però per farlo funzionare devo creare un percorso,
invece se arriva uno con il naso rosso già si capisce che si
deve ridere.
Lo straordinario fenomeno del
Fiorello di “Viva radio due”. Domanda parallela a
quella per la “TV delle ragazze”: è stata
un’esperienza difficile da avviare?
E’ difficilissimo far partire quei progetti. Con Fiorello la
difficoltà era di natura diversa perché se nella
“TV delle ragazze” l’ingegneria prevedeva di lavorare
con i mattoni, per cui si facevano tanti mattoni e con quelli si
costruiva. Trovare i mattoni, trovarli adatti, era quello il problema.
Con Fiorello si trattava piuttosto di una costruzione ipermoderna in
cemento armato. Voglio fare una grande arcata e il pezzo è uno
solo. Però è difficile da mettere in atto, ha una
manutenzione difficile, ma alla fine si è rivelato molto
potente. E’ anche difficile da valutare perché sono cose
che sfuggono a precise misurazioni.
Ma concepire l’idea di portare Fiorello in radio come è avvenuto?
Questa era un’idea che tutti avevano. Pensiamo agli attrezzi
bellici. Tutti vogliono l’aereo che va più veloce, la
bomba che fa più botto. Tutti volevano, avrebbero voluto
Fiorello. Anche lì si è trattato per una parte di una
capacità di convocazione perché nel panorama della
radiofonia italiana chi aveva la tradizione e il prestigio sufficienti
per essere il luogo dove Fiorello si sentiva naturalmente convocato una
volta che avesse voglia di fare la radio?
Chi aveva dei precedenti importanti.
Dentro la radio pubblica, il luogo dove lui sentiva anche a naso di
trovare il sostegno di cui aveva bisogno e immaginava di trovare
quell’insieme di elasticità che il servizio pubblico
poteva garantire. Fiorello forse non sarebbe tornato alla radio se non
ci fosse stato uno spazio di quel tipo, che per esempio gli garantiva
dei tempi di decollo abbastanza lunghi. Una cosa di quel tipo, con quei
tempi, quei costi, la necessità per esempio di avere Baldini,
che non è una persona facile da gestire, di avere il pubblico
già dall’inizio... In radio i programmi non hanno successo
subito, il risultato arriva dopo tre, quattro, sei mesi. Questi
tempi d’attesa glieli garantiva il sistema pubblico. Detto
questo, bisognava tutti i giorni risolvere le piccole
difficoltà, che non erano mai risolte per sempre. Non è
solo fare Fiorello, ma farne nove edizioni. Tutte le volte ti dovevi
confrontare con un artista con le sue esigenze, quelle vere e quelle
che lui immaginava fossero le sue esigenze, e con il contorno di
persone che stanno intorno a lui e che hanno, per esempio, delle
necessità economiche alle quali bisogna fare fronte. E poi
c’è il rapporto tra lui e la struttura: come lui si vedeva
rispetto a Radio2 e anche come Radio2 doveva riallinearsi, come la
polvere di ferro intorno alla calamita, per il fatto che c’era
Fiorello. Tant’è che Radio2 è rimasta in parte
prigioniera di Fiorello, tuttora. La struttura di Radio2 si è
irrigidita intorno a lui, ha preso una certa forma della quale adesso
non so come faranno a liberarsi. A ritrovare Fiorello o qualcuno che
possa prendere il suo posto, ma non penso ce ne siano molti come lui e
nessuno di loro è disponibile come lui a fare la radio in quel
modo. Non è difficile trovare un artista di livello disponibile
a fare la radio. Il difficile è trovare un artista del livello
di Fiorello – e ce ne sono pochissimi – a fare soprattutto,
quando non esclusivamente, la radio. Il suo investimento è stato
un investimento di tempo. Lui ha deciso di investire sulla radio una
stagione della sua carriera artistica, e questo poi lo ha pagato. Ma
all’inizio fare questo significava sacrificare altre
opportunità. Significava innescare una conflittualità con
la televisione che non voleva più fare. Anche se tutti quelli
che fanno spettacolo ronzano intorno alla televisione e ne hanno
bisogno. Questo è esattamente il lavoro di chi fa
l’imprenditore nell’ambiente dello spettacolo.
Il gioco e l’umorismo sono consanguinei.
Quando si parla di tribunali e
processi si parla di cose molto serie. Eppure hai intitolato un tuo
scritto pubblicato su una rivista giuridica “Considerazioni
sull’elemento ludico del processo”. E’ la leggerezza
della “dura lex”?
No, quello è proprio uno scritto teorico. La tesi è
abbastanza semplice: il processo mutua dal gioco una serie di forme. E
forse riflettere sulle forme del gioco, che è più
sofisticato del processo, aiuta a capire alcuni meccanismi del processo
e ne dà conto. Ci sono per esempio il luogo,
l’abbigliamento, ecc. tutti elementi fattuali che sono stati
studiati molto più nel gioco che nel processo.
In effetti la domanda ha un obiettivo
occulto che è quello di far emergere come tra umorismo e gioco
ci sia, appunto, consanguineità ma anche differenza.
C’è il gioco non umoristico o che ha una sua valenza di
serietà.
C’è il gioco, c’è lo sport,
l’agonismo: tutti ambiti che sono prossimi. I bambini che
giocano per divertirsi lo fanno seriamente e a volte si seccano molto.
Altre volte però giocano in levitas, cioè fanno un gioco
che prevede che le regole siano una cosa diversa da quelle del football
americano. Non so poi se la parte dell’umorismo possa essere
considerata marginalmente o non sia invece uno degli ingredienti sempre
indispensabili nella formazione di qualsiasi rapporto umano. Quella
cosa che si dice, “non prenderti troppo sul serio”,
“non mancare di senso dell’umorismo”, è una
cosa è importante ad esempio nel corso del processo. Non si
può pensare che una esperienza umana sia assolutamente seria,
perché in questo modo diventa molto pericolosa, una esperienza
che non sa porsi degli auto-limiti. Questo funziona anche per il gioco.
Se si perde la consapevolezza del fatto che il processo deve mantenere
una parte di formalità – che il processo è anche la
sua formalità, il rispetto delle regole si entra in un ambito di
pura repressione. Non basta la convinzione che uno sia un farabutto per
metterlo in galera. Abbiamo sviluppato la nostra civiltà per
affermare che ci vogliono delle prove per dimostrare che qualcuno ha
veramente fatto qualcosa per cui va messo in galera. Questa è la
parte ludica del processo.
Si dice, in modo serio, che le regole del gioco vanno rispettate.
Esatto. E così bisogna sempre che sia in ogni rapporto. Allo
stesso modo di come si rispettano le regole del gioco nel modo di
essere vestiti, nel modo di parlare, si rispetta la formula linguistica
per cui si parla questa lingua e si cerca di capirsi, si deve anche
rispettare il fatto che non ci si deve prendere troppo sul serio. Una
volta che ti sei preso del tutto sul serio probabilmente sei impazzito.
Ci sono delle forme di matto - di socialmente difficile, per chiamarlo
così - che considerano in senso letterale qualunque
comunicazione, e lì hai perso il senso dell’umorismo, in
qualche modo. Per esempio, io che ho questa forma di follia tendo a
sovrastimare quello che mi viene detto; però un po’ lo so,
per cui ci sto attento. Ci faccio la tara. Questo vale ad esempio per
gli appuntamenti: quando si dice “ci vediamo alle tre”, se
l’altro arriva alle tre e cinque non ti puoi incazzare come una
bestia perché non ha rispettato la parola data, è
arrivato un po’ in ritardo, ma non è successo niente di
grave,
Umorismo e comicità sono valori strani, molto graditi ma non molto riveriti.
Di quanto, per esempio, si appanna la
tua immagine di uomo di cultura, storico, studioso dei media, ecc. se
dichiaro che sei uno dei migliori raccontatori di barzellette che abbia
conosciuto?
Il fatto che io mi sia giocato la mia carriera migliore per occuparmi
di sciocchezze non mi va rinfacciato. Il punto è che la
considerazione sociale è diversa. Io sono un pavido e ho scelto
di fare le cose più facili. Fare spettacolo e fare ridere nello
spettacolo è una delle cose più difficili.
E organizzare lo spettacolo?
E’ più facile, meno divertente, più faticoso
però più semplice. Dietro la domanda c’è
tutto il problema dell’accostarsi al ridicolo. In uno dei romanzi
dei grandi russi, non mi ricordo quale, c’è il racconto di
un ufficiale che convince i soldati a fare non so che stando su una
botte, la botte si sfonda, tutti scoppiano a ridere, però poi mi
pare lo lincino. Ogni forma di autorità, di autorevolezza, si
fonda sul fatto che non sei ridicolo. E’ difficilissimo vedere
fino a che punto la tua autorevolezza si fonda anche sul fatto che
è più profonda, sul fatto che tu non sei pazzo, che non
ti prendi troppo sul serio.
Quella di prendersi troppo sul serio è un’esperienza
politica che nel novecento abbiamo visto. L’idea di avere capito
come funzionano le cose, e non l’idea di arrabattarsi a far
funzionare meglio le cose così come sono. Quando il potere non
ha il senso del limite, il senso del ridicolo. In fondo si tratta della
coda del positivismo, l’idea di conoscere, di aver capito; tutto
lo scientismo dell’ottocento finisce nel novecento e crea questi
disastri. Alla fine queste forme di totalitarismo si pretendono e
vogliono essere accolte come teorie scientifiche. Senza accorgersi che
proprio la scienza dell’inizio del novecento ha distrutto questa
pretesa di avere capito che l’ottocento aveva formulato.
L’umorismo è la comprensione del mondo, è il
sorriso di Dio sul mondo. L’autorevolezza, secondo me, si basa
sul fatto che tu non eserciti il tuo potere. Tu servi la
comunità in una condizione anche di privilegio nella quale
però c’è un riconoscimento abbastanza allargato del
fatto che stai servendo la comunità e cerchi di rispettarla. E
per fare questo devi avere un senso del limite relativo alla tua
persona. Non possiedi la verità, la cerchi insieme ad altre
persone.

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